El Gran Masturbador – Salvador Dalì 1929

“Viva la figa”.
Campeggia fiera nei bagni, sui muri, in televisione, sui giornali, sui cartelloni, negli ascensori, sugli alberi.
“Mi piace la figa” (et similia) non è una frase pubblicamente taciuta o evitata, la si può dire passando semplicemente per giocherelloni in quasi qualunque contesto.
“Che figa!”: i più scaltri si nasconderanno dietro l’espediente della sineddoche, gli altri dietro alla normalità di una cosa che si dice (non fare la snob, lo dici anche tu!).

Queste “simpatiche” espressioni, così sdoganate e normalizzate, altro non sono che la manifestazione di una gerarchia sessuale: interiorizzata da chiunque, donne comprese, si mostra ad un’analisi più attenta come la pura e semplice affermazione della dominazione tout court di un genere sull’altro.
La vagina viene descritta come un pezzo separato/separabile dalla donna stessa: la seduzione è il suo unico metro di valutazione sociale, la figa è l’unica leva di potere… ma ehi! Bisogna studiare bene il manuale d’uso che ci viene dato in dotazione alla nascita riguardo l’utilizzo del genitale in oggetto: non va usata troppo, non va usata poco, non va usata con chi non si deve, ci sono tempi e modi da rispettare. Non si deve “dare via”! Già da bambine, le donne vengono abituate ad immaginare il sesso più come un qualcosa da subire che da fare, come un qualcosa di pericoloso e da evitare il più possibile; imparano che i propri istinti non sono affidabili e soffocano il desiderio fino a che diventa impossibile tracciare la linea distintiva tra il volere e l’essere volute. Se malauguratamente si ha la capacità (o la fortuna) di riconoscere il proprio desiderio sessuale e lasciarlo vivere, si viene additate come sporche, strane, deviate: sbagliate.
Al minimo sgarro la spada di Damocle della vergogna con la lama cosparsa del sale del giudizio sociale sarà pronta a cadere sulla testa della colpevole.
Che gran fatica!

Perché “viva il cazzo” non ha la stessa diffusione?
Perché è volgare.
Benissimo! Mi sento pronta a svelare un segreto: quando avete un problema con un atteggiamento nelle donne ma lo tollerate negli uomini in realtà non avete un problema con quell’atteggiamento, ma con le donne e con la loro autodeterminazione.
“Ehi, hai visto che cazzo quello che è passato?”: perché così non funziona? Perché si preferisce utilizzare una improbabile declinazione al maschile di figa quando si tratta di oggettivizzare un uomo? È veramente così difficile e lontano dal nostro immaginario, così impossibile?
“A me piace il cazzo” affermato in pubblico, lontano dall’intimità di un caffè fra amiche; perché non succede?
Perché l’oggetto non può esprimersi pubblicamente sul soggetto senza fare i conti con il cosiddetto slut-shaming.

Che la dominazione maschile si sia perpetrata per secoli e che sia ancora molto presente ai giorni nostri è sotto gli occhi di tutti (anche, in fondo, dei convintissimi detrattori dalle solide argomentazioni che io preferisco chiamare privilegiati da cecità autoindotta); quello che a volte sfugge è quanto sia profondamente radicata la concezione della donna come oggetto sessuale, a discapito dell’uomo che invece è un soggetto sessuale (e di conseguenza politico, sociale, economico, culturale).

La normalità, diceva zia Lydia, significa ciò a cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrare normale al momento, dopo un po’ di tempo lo sarà. Diventerà normale

Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale

L’aspetto più pericoloso (e normale) è quello che porta al meccanismo dell’auto-oggettivazione, per cui il s-oggetto in questione interiorizza la prospettiva dell’osservatore/oppressore fino a farla propria, innescando così dall’interno i meccanismi di abbandono dell’analisi delle proprie esigenze e bisogni in favore della cura in taluni casi ossessiva del proprio corpo e dello sviluppo delle capacità di attrazione sessuale: in un sistema sociale che ritiene norma ed eleva a valore la piacevolezza fisica di una donna, essere oggettivata sessualmente può provocare emozioni positive a causa dei vantaggi che se ne ricavano, portando masse di donne ad adattarsi ad un’immagine definita e stereotipata in funzione di un’ottica di “profitto”; tale comportamento, d’altro canto, porta spesso, anche inconsciamente, a ritenersi (ed essere ritenute) generalmente meno competenti, ad oggettivare altre donne ed essere ostili nei loro confronti, a presentare atteggiamenti sessisti senza essere capaci di riconoscerli.

La mentalità patriarcale dominante rifiuta l’idea che le donne possano essere soggetti di un qualunque tipo e preferisce la narrazione di una donna intesa come serva (mi perdonerete se non utilizzo “ancella”, ma non trovo sia il caso di addolcire ed ammorbidire la questione o la realtà) che riceve e non offre, sempre attenta a non spaventare l’uomo e sottoposta ad esami costanti di moralità. Anche l’orgasmo femminile, oggi riconosciuto, deve assolvere alla funzione di gratificazione e gloria del partner; da qui l’ansia di doverlo raggiungere o la spinta a fingere per non offendere l’orgoglio maschile.
L’ovvio riflesso dell’oggettivazione sessuale femminile è identificabile nelle discriminazioni che ancora hanno luogo in ambito sociale, politico e lavorativo e sostengono la tolleranza e la normalizzazione di stereotipi che portano, indirettamente, all’edulcorazione di molestie e violenze di vario tipo; una donna che alza la voce, che si arrabbia, che reagisce con fastidio e offesa ad una molestia di qualunque tipo è una donna che non capisce le regole del gioco, una che non sa stare al mondo, che si comporta come un uomo: rappresenta dunque un pericolo, si palesa come possibile usurpatrice del potere.

Il veicolo di trasmissione maggiore di tale concetto si riscontra banalmente nei media e ancor più nella pubblicità: il corpo femminile è trattato alla stregua di un prodotto commerciale, di qualcosa da vendere, privo dei suoi caratteri personali e distintivi, standardizzato in un ideale ai limiti della realtà; siamo talmente assuefatti all’immagine da soffocare una eventuale riflessione o contrarietà, mentre in contemporanea assorbiamo l’ideale proposto di donne eternamente giovani e attraenti. Quando sono presenti degli uomini, troviamo una contrapposizione tra messaggi di forza fisica e dominanza trasmessi dalle figure maschili e espressioni di bellezza, standardizzazione fisica e passività nelle donne.
La trappola in cui si cade ha la morsa dell’illusoria importanza di aderire allo standard di successo, guardando se stesse come oggetti da modellare o addirittura ricreare per ottenere l’approvazione ed il riconoscimento senza i quali non si riesce a costruire una sicurezza.

La conseguenza più diretta di una società che considera la figa come merce da contendere è la creazione e la radicalizzazione della cosiddetta cultura dello stupro.
“Cultura dello stupro” non necessariamente sta ad indicare una società dove gli stupri sono all’ordine del giorno; indica piuttosto un processo per cui le molestie e le violenze vengono banalizzate e giustificate, l’agire sessuale delle donne è costantemente giudicato e l’attenzione primaria in ambito di difesa è rivolta ancora una volta alle donne: non bisogna andarsela a cercare, non bisogna essere sgualdrine, bisogna adottare ogni precauzione atta a difendersi.
Se ti succede qualcosa è colpa tua.

E no, la cultura dello stupro non riguarda la demonizzazione dell’uomo, ma il controllo che viene effettuato sulla sessualità delle donne: la nostra cultura raramente prende in considerazione l’idea che le donne e le persone queer vogliono fare sesso, seguire i propri desideri e le proprie attitudini, e gli piace farlo tanto quanto agli uomini.

Se si accetta il diritto di scelta della donna nella sfera sessuale bisogna anche mettere in conto la possibilità che il suo desiderio sia in contrasto con quello dell’uomo, e prenderlo come pura e semplice evenienza: può essere libera di dire di no anche se prima ha detto di sì, anche se “ha fatto credere” il contrario, anche se lo date per scontato dopo vent’anni di matrimonio.

La lotta reale ha bisogno di parlare di desiderio, di azione, di consenso e di raccoglierne i frutti sull’autonomia e l’autodeterminazione: in soldoni, sul potere politico e sociale.

Solo quando la “libertà sessuale” sarà intesa come soggettività sessuale di ogni individuo esisterà la parità fra i sessi.
Il resto è facciata.

Gloria Pisacane

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