• 21 Marzo 2020
  • C.A.L.I.P.So. APS
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Sono nata il ventuno a primavera 
ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle
potesse scatenar tempesta. 
Così Proserpina lieve 
vede piovere sulle erbe, 
sui grossi frumenti gentili 
e piange sempre la sera. 
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini da Vuoto d’amore, 1991

21 marzo. Il secondo giorno di primavera. Il dodicesimo di quarantena. È anche l’anniversario della nascita di Alda Merini, poetessa diventata l’icona della sofferenza mentale, delle cure manicomiali tipiche del secolo scorso ma anche della trasformazione delle proprie ombre in parole capaci di sollecitare un senso di umanità che sembra ad oggi essere l’unico elemento comune e trasversale a tutti noi.

Sì, perché l’isolamento imposto non ha per tutti lo stesso significato. Nella diversificazione delle risposte emotive soggettive -tutte lecite, tutte plausibili, a patto che non facciano “sequestri di persona”- c’è un’ulteriore piano su cui questa differenza si riscontra. È il piano della salute. Ma cosa si intende per salute?

Quando parliamo di emergenza sanitaria la prima rappresentazione che viene in mente è prevalentemente quella del corpo. Un corpo attaccato dal virus, un corpo giovane o anziano, un corpo vigoroso o fragile. La centralità di questo livello è innegabile ma questa lettura è parziale.

La mente e il corpo sono in una relazione reciproca in cui l’uno diventa specchio ed espressione dell’altro. Infatti, ciò che le persone si trovano ad esprimere, spesso tramite i social media, è il livello emotivo: abbiamo ritratti di persone, isolate o in compagnia, che ballano, cantano, si arrabbiano, si disperano. Di fatto, ciascuno cerca e – lungo il percorso trova – un proprio modo per adattarsi alla situazione.

Ma cosa accade a chi, già prima dello sconvolgimento della pandemia, faticava a trovare strategie di adattamento alla realtà? A chi non ha mai trovato un equilibrio corpo-mente che consentisse di sentirsi sicuro?

La crisi da Covid-19 sta mettendo in ginocchio la grande fetta di popolazione che soffre di disturbi psichici, così come quella che vive gravi situazioni relazionali. Il trauma reale che stiamo tutti osservando, impatta in maniera massiccia sul mondo interno di un soggetto che già porta con sé una molteplicità di situazioni traumatiche precedenti. Ciò che sta nella mente, nei ricordi e nella fantasia, si lega all’esperienza reale che trova una impossibilità di essere elaborata, resta come una pietra nel sistema digestivo della mente che non sa quali succhi gastrici usare per cominciare a smaltirla. L’esperienza della reclusione contribuisce ad acuire uno scenario non roseo.

Diventa evidente in questo periodo il bisogno che la collettività ha di servizi socio-psico-sanitari.

Le tre aree vanno necessariamente accostate perchè, sin dalla riforma Basaglia, è stato chiaro quanto la decentralizzazione delle cure partita dalla chiusura dei manicomi, dovesse passare attraverso una diffusione di interventi su più figure professionali che potessero adattare il proprio operato alle necessità specifiche di ogni assistito. Questo lo spirito da cui origina il Budget di Salute.

In quest’ottica, il lavoro dei Centri di Salute Mentale, delle comunità terapeutiche, degli SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), del terzo settore e dei servizi clinici in senso ampio, riveste un ruolo di primaria importanza per garantire protezione, cura, sostegno e reintegrazione delle persone con difficoltà psicologiche soprattutto gravi.

Lo smantellamento della sanità pubblica a cui assistiamo già da anni ha avuto non poche ripercussioni anche sull’area della Salute Mentale e il dato che raccogliamo in questi giorni di quarantena (per quasi tutti), è che le strutture e gli operatori sono in enorme affanno nel garantire la prosecuzione dei servizi in molte realtà d’Italia. La mancanza di dispositivi di protezione individuale, di tutela per curanti e curati, di risorse economiche per far fronte alle emergenze in maniera strutturata (talvolta anche la mancanza di strutture adeguate), sta mettendo in difficoltà gli operatori sanitari e sociali che cercano di attrezzarsi con modalità di lavoro altre. Ma questo non è possibile per tutti, per cui molti pazienti e curanti non possono che proseguire nell’incertezza del contagio quelle prestazioni improcrastinabili. Come abbiamo visto in alcune realtà ospedaliere in questi giorni, la tendenza, in emergenza, è quella di lasciare il campo a ciò che è più urgente, un po’ come fa il sangue che si ritira ad irrorare il cuore lasciando i distretti periferici in caso di congelamento.  

I dati dicono che in Italia più di 850 mila persone sono assistite dai servizi specialistici (rilevamento del SISM -Sistema Informativo Salute Mentale – del 2017)

Di fronte a questi numeri, dover scegliere quale sia la situazione su cui intervenire prefigura scenari di guerra.

Il supporto è ora necessario per tutti, chi sta in prima linea, chi nelle retroguardie, chi sta in mezzo al gruppo con la necessità di essere protetto. Nelle varie regioni molti servizi di ascolto si stanno attivando per tentare di assorbire parte dell’edema di questo violento colpo alla libertà e alla sicurezza personale. Ma la libertà è terapeutica, sosteneva Basaglia, e il legame tra suicidio e quarantena è proprio in queste ore argomento di dibattito.

Il nuovo Coronavirus ci mette di fronte alla necessità di funzionare come un sistema integrato, con parti diverse che si esprimono in modo proprio, ma tutti orientati allo stesso scopo, in un clima di confronto e solidarietà.  Nessuno deve essere lasciato indietro.

Oggi è il secondo giorno di una primavera che non può essere vissuta all’aria aperta e alla diretta esposizione al sole che abbatte le paure e che regala promesse per il futuro.

Oggi tutti dobbiamo guardare quella primavera attraverso la finestra, sentendo il peso di qualcosa che non ci appartiene oltre il vetro: il ricordo di quando eravamo fuori, metafora di serenità, di positività.

Ratto di Proserpina, Bernini

Questa esperienza ci porta involontariamente molto vicini a tutti coloro i quali questa distanza tra sé stessi e la tanto anelata “pace interiore” la sentono ogni giorno. Chi vive incatenato nelle proprie caverne, sequestrati da un Plutone tutto interno, il Dio degli inferi della malattia mentale, sente, oggi ancor più di ieri, l’apertura delle “zolle” di cui ci parla Alda Merini, quella sensazione che la propria realtà e la propria identità siano sul punto di sgretolarsi irrimediabilmente, in un vortice di trasparenza e solitudine.

Nel 1665, un’epidemia di peste colpì Londra spingendo un Newton poco più che ventenne ad isolarsi. Fu durante la sua “quarantena fiduciaria” che concepì la teoria della gravitazione universale.

Lungi dal fantasticare di diventare tutti grandi scienziati, forse questo momento può essere proficuo per concepire una nuova “legge di gravitazione del mondo sociale”, che veda al suo centro non l’interesse economico, non lo sterile narcisismo individuale, bensì la persona in quanto portatrice di un bagaglio di esigenze interne ed esterne unico, che ha il diritto di essere ascoltato. Portando al centro del nostro interesse la relazione con l’altro, il legame che pensa la diversità. Ritrovare un umanesimo, ora che la livella del nuovo Coronavirus appiana l’illusione dell’onnipotenza di chi si sente sempre fuori dai problemi e dai pericoli, può restituire al nostro vivere un po’ più di contatto con la propria soggettività, con il dolore, con la gioia e con gli altri. In altre parole, un po’ più di senso.

Sosteniamo la salute mentale.
Gli operatori, i pazienti.
Sosteniamo gli invisibili con ogni mezzo, diffondiamo la cultura della cura di sé. Prendiamoci cura degli altri.

Dott.ssa Stefania Scimone

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