Photo Credit: Chappatte, International Herald Tribune

Il susseguirsi degli eventi legati alla diffusione del COVID-19 offre degli scenari simili alla sceneggiatura di uno dei tanti film apocalittici che siamo stati abituati a vedere sul grande schermo. Tralasciando teorie complottiste e facili sensazionalismi, l’evoluzione della pandemia ha provocato ed è in procinto di provocare conseguenze incisive su tutto il sistema socio-economico, politico e culturale contemporaneo tanto che si parla di una vera e propria trasformazione della politica contemporanea in chiave biopolitica, giungendo al termine di un processo che è iniziato nel Novecento ma ha assunto dei caratteri nuovi e dirompenti con l’avvento dell’era digitale.

Evitare assembramenti di persone che possano permettere il contagio finanche evitare tutti quei comportamenti antropologici pubblici che regolano le relazioni sociali e che sono veicolati da una gestualità diffusa e condivisa. Favorire l’educazione e il lavoro a distanza attraverso le nuove tecnologie così da sgretolare i confini tra orario di lavoro e tempo libero. Incentivare un’informazione diffusa a volte non verificata o non verificabile e trasformare la rete in un banco di imputazione in cui ogni utente diventa avvocato, giudice, giuria nella caccia agli untori. Creare l’illusione di essere una comunità unita dall’emergenza nonostante sia evidente che finora la situazione ha solo dimostrato che, nonostante uno dei paradigmi del nuovo millennio sia quello di “fare rete e connettere”, nel momento di pericolo non siamo capaci di pensare al di là del nostro Stato, della nostra regione, della nostra famiglia, del nostro naso.

Sebbene i provvedimenti politici presi e le trasformazioni del sistema in atto siano considerati contingenti all’emergenza, essi sono legati ad azioni che erano già in atto prima della diffusione del virus e che sono ascrivibili a quel processo di trasformazione della politica in biopolitica che, per la prima volta alla metà degli anni settanta, è stato descritto dal filosofo francese Michel Foucault.

Nella sua opera principale Sorvegliare e punire, Foucault definisce la biopolitica come lo spazio in cui il potere si incontra con la sfera della vita umana, un risultato dell’avvento del capitalismo e della democrazia rappresentativa. Mentre in passato il potere sovrano era legato al sangue e al diritto di morte, nella società contemporanea il potere garantisce la vita. Per questo il Liberalismo è il quadro politico che fa da sfondo alla biopolitica. In questo si inserisce l’azione di resistenza al potere: rivendicare la vita, piena, non alienata, la soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la salute e la felicità.

Ma la biopolitica da resistenza al potere diventa strumento di potere, da ciò deriva la trasformazione del potere dell’autorità che da potere assoluto e sovrano diventa potere disciplinare.

Il caso vuole che Foucault spiega il passaggio da potere sovrano a potere disciplinare mettendo a confronto la gestione da parte dell’autorità pubblica del contenimento della lebbra con quella della peste. 

In età moderna la reazione del potere pubblico alla diffusione della lebbra era incentrata sull’esclusione dei contagiati, costretti a vivere al di fuori delle mura della città, riproponendo in questo modo un potere sovrano e assoluto volto alla costituzione di una comunità pura dalla quale andasse escluso il malato.  Al contrario, nel caso della peste l’autorità si manifesta attraverso un potere disciplinare, un’azione capillare volta alla gestione totale della società. La peste non esclude, la peste separa, distribuisce, organizza.

La città appestata, tutta percorsa da gerarchie, sorveglianze, controlli, scritturazioni, la città immobilizzata nel funzionamento di un potere estensivo che preme in modo distinto su tutti i corpi individuali – è l’utopia della città perfettamente governata.


Michel Foucault. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, traduzione di Alcesti Tarchetti, Collana Paperbacks, n. 77, Torino, Einaudi, 1976

La reazione dell’autorità pubblica all’attuale pandemia ha mostrato proprio il carattere disciplinare del potere, più o meno accentuato a seconda del grado di controllo della società da parte dell’autorità, direttamente proporzionale alla dimensione autoritaria del regime politico che si è trovato ad affrontare la crisi. Allo stesso modo, l’utilizzo dei mass media e la costruzione di una propaganda della pandemia ne ha mostrato il carattere biopolitico che ha reso ciascun individuo un amplificatore del volere dell’autorità, tanto che ognuno nel suo isolamento richiede un attivo intervento del potere (per esempio, facendosi portavoce del bisogno di far intervenire l’esercito nella gestione dell’emergenza).

Tuttavia, rispetto alla società descritta da Foucault, la nostra società possiede uno strumento che amplifica la capillarità del potere disciplinare e lo trasforma. Internet permette la realizzazione di una gestione non solo della vita pubblica ma anche di quella privata, capace persino di influenzare le scelte, i bisogni e la scala di valori di ogni individuo. Grazie a Internet la biopolitica diventa psicopolitica come teorizzato dal filosofo coreano Byung-Chul Han che per primo ha posto l’attenzione sulla trasformazione del potere che plasma le menti, non costringe ma seduce e grazie al quale ogni individuo fa propri i bisogni del sistema.

In quest’ottica si può analizzare la gestione dell’emergenza COVID-19 come un laboratorio di psicopolitica, la cui riuscita segnerà una trasformazione radicale del sistema.

Han conclude affermando che La Libertà sarà stata solo un episodio, ma perché non sfruttare il momento per riappropriarci di un potere diffuso che non sia appannaggio solo di pochi? Una crisi porta sempre ad un bivio: da una parte la possibilità di perdere tutto, dall’altra la possibilità di trasformarsi in qualcosa di migliore, perdere ciò che è dannoso, ciò che non serve, per capire ciò che non possiamo assolutamente perdere, innanzitutto la nostra libertà.

Adriano Sergio

Approfondimenti sull’argomento

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016.

Michel Foucault. Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, traduzione di Alcesti Tarchetti, Collana Paperbacks, n. 77, Torino, Einaudi, 1976

Psicopolitica. Conversazione filosofica sul pericolo e sul futuro. Con Maura Gancitano, Federica Buongiorno, Antonio Lucci, Andrea Colamedici. Associazione Tlon, 29 dicembre 2016 Link del video https://www.youtube.com/watch?v=kvt6fSUUR5c

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