Viviamo tempi di inedita incertezza. La dichiarazione sulla natura pandemica del Covid-19 annunciata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo 2020 ha gravato in maniera inesorabile sulla popolazione globale tutta come una sentenza senza precedenti, un’emergenza impredicibile per vastità e capillarità le cui implicazioni sul piano individuale e collettivo hanno colto impreparati tutti, dai vertici politici nazionali e internazionali, ai singoli individui, le cui vite sono state improvvisamente catapultate in una realtà che parrebbe a tratti distopica. Le misure di contenimento previste e adottate a livello nazionale hanno prodotto come immediata conseguenza stravolgimenti e sconvolgimenti di ogni ben radicata pratica quotidiana, traducendosi rapidamente in un generale senso di spaesamento, cui si è affiancata ben presto la perdita di ogni orizzonte temporale entro il quale orientarsi. Ed in effetti, quella di un tempo ed uno spazio sospesi è la metafora che meglio si presta a descrivere il senso di precarietà che scandisce i ritmi della vita ai tempi del Covid-19.

Eppure, il lockdown e l’isolamento sociale quali strumenti di contenimento antipandemico sono stati capaci di innescare risposte collettive inaspettate. Laddove l’emergenza sanitaria ci ha costretto al minimo delle relazioni sociali e ci ha confinati nella bolla dell’astinenza da contatto fisico, i valori della solidarietà, della coesione sociale, del senso di comunità insieme con la percezione di una rinnovata interdipendenza che ci lega e accomuna i nostri destini hanno avuto modo di riaffiorare entusiasticamente nel sentire comune, che li ha così rispolverati dopo una lunga anestesia determinata dalla più palese profusione di atti di individualismo e ostentato provincialismo. Dalla raccolta e distribuzione di beni di prima necessità, agli incentivi finanziari a sostegno delle attività commerciali danneggiate dal lockdown, alle forme di supporto psicologico pensate per contenere e contrastare un diffuso senso di malessere durante la quarantena, moltissime sono state le iniziative a sostegno dei cittadini, ed in particolar modo a sostegno di quelle fasce considerate più vulnerabili e maggiormente a rischio, come anziani, o indigenti.

Siamo sicuri, però, di aver incluso proprio tutti nel conteggio dei soggetti a rischio in questa maratona di solidarietà? Come hanno vissuto e come stanno vivendo ancora oggi le comunità straniere, gli immigrati irregolari o temporanei, i rifugiati o richiedenti asilo in Italia l’emergenza Covid-19? Segue una descrizione dello scenario che li ha visti protagonisti in questi mesi in Italia.

All’indomani dell’esplosione dell’emergenza Covid-19 in Italia, ricorderemo tutti la folle rincorsa all’odio razziale che ha travolto le comunità cinesi. I cittadini di origine cinese sono stati oggetto di numerose aggressioni verbali e fisiche a causa della loro nazionalità perché ritenuti ingiustamente responsabili della diffusione, o in alcuni casi dell’esistenza stessa del virus. L’esperienza dello stigma, della discriminazione e del razzismo ha esacerbato indubbiamente nelle comunità cinesi un senso di estraneità ed ha rinforzato in loro la percezione di essere ospiti, più che padroni in casa propria. E alla generale, quanto comune e condivisa preoccupazione per gli effettivi rischi di contagio, si è andata accompagnando tra le comunità cinesi italiane un più insopportabile e silente senso di terrore e paura causati dagli atti di razzismo ingiustamente subiti. 

Ancora più complessa è la condizione nella quale si sono ritrovati gli immigrati, in particolar modo gli irregolari e i temporanei, insieme ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Ancor più durante situazioni emergenziali, come può essere quella della pandemia, queste porzioni marginali, queste presenze-assenze, gli invisibili agli occhi della società, non hanno la possibilità di accedere ai servizi di cura fondamentali, ai test richiesti per la diagnosi e alle cure necessarie in caso di contagio. In Italia, come in moltissimi altri paesi europei, gli immigrati non vengono conteggiati fra i soggetti a rischio Covid-19 e non si è in grado di stimare il numero dei contagiati effettivi. Le stesse probabilità di contagio, insieme ai rischi correlati, aumentano esponenzialmente fra gli immigrati. Si pensi a quanto possa essere facile ammalarsi a causa delle precarie condizioni abitative in cui riversano molti di loro. La stragrande maggioranza degli immigrati presenti in Italia vive ancora oggi relegata nelle periferie urbane in abitazioni inadeguate e sovraffollate. O ancora, si pensi alle ben più precarie condizioni in cui riversano i lavoratori agricoli irregolari che vivono in insediamenti, privati dell’acqua corrente e delle condizioni igieniche necessarie per prevenire il contagio.

Inoltre, all’indomani dell’esplosione dell’epidemia, l’Italia ha immediatamente dichiarato i suoi porti non sicuri ed ha impedito lo sbarco dei migranti che sono rimasti per lungo tempo bloccati nella loro traversata in imbarcazioni sovraffollate e tutt’altro che sicure. Gli stessi uffici amministrativi sono stati chiusi e il disbrigo delle pratiche immigratorie sospeso e rimandato a tempi migliori. È proprio per questo che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, l’OIM, ha repentinamente ammonito gli stati europei esortandoli al rispetto degli obblighi internazionali e all’adozione di un approccio inclusivo e non discriminatorio. Una società civile e giusta si riconosce nella sua capacità di garantire ai più deboli, anche e soprattutto in situazioni emergenziali, quei diritti umani fondamentali inviolabili e nella sua capacità di estendere le misure di sicurezza preventive pensate per la cittadinanza anche alle fasce più vulnerabili, che diventano, anzi, la priorità.

Se alla precarietà dell’esistenza che ha caratterizzato questi mesi si è fatto ricorso con carovane di altruismo e fiducia nel futuro, perché #andràtuttobene, ed è stato rivendicato come necessario quel tanto agognato senso di responsabilità civica, a suon di #iorestoacasa, è vero però che la complessità dell’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha fatto affiorare con maggiore intensità fragilità e vulnerabilità già presenti in un sistema sociale che rischia di crepitare a causa delle sue falle intrinseche. Il dramma dell’emergenza sanitaria ha lasciato spazio ad una crisi ben più profonda e radicata, la cui matrice è di fatto sociale, oltre che economica.

Infatti, nonostante il Covid-19 colpisca in misura maggiore anziani e persone con patologie pregresse, il prezzo dell’emergenza sanitaria rischia di pagarsi soprattutto sulla pelle di quanti siano già ai margini, prime fra tutte le categorie sociali delle minoranze etniche e degli immigrati, irregolari o temporanei, purtroppo ancora oggi invisibili. Le minoranze infatti, non solo si ritrovano a dover gestire e affrontare quotidianamente quel senso di malessere derivante da forme, esplicite o meno evidenti, di stigma, pregiudizio e discriminazione, ma, in situazioni emergenziali, si ritrovano anche a dover fare i conti con il contraccolpo aggiuntivo delle disuguaglianze sociali che derivano dal loro status e che gravano come non mai, in questa emergenza, non solo sul loro già precario benessere psico-fisico ma sulla loro stessa sopravvivenza.

Società disuguali, infatti, sono società infelici e poco coese, dove la legittimazione delle disparità e la diseguale distribuzione delle risorse tra i cittadini producono come risultati tangibili un incremento dei rischi di malattia, un più basso tenore di vita, una più elevata mortalità, oltre che minore fiducia sociale, empatia e partecipazione.

Come ogni crisi, allora, il Covid-19 mette, sì, a dura prova la tenuta sociale di un paese in difficoltà, ma offre anche la possibilità di ripensare alla comunità tutta e di ricostruirla dalle sue fondamenta rendendo prioritari i principi dell’inclusione dei più fragili e della loro uguaglianza. Ed è forse questa la vera prova di resilienza collettiva alla quale siamo chiamati.

Serena Verbena

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