Alessio Ceccherelli, ricercatore presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata, si occupa di didattica e di tecnologie didattiche, media education e storytelling. Alla luce della sua esperienza professionale, abbiamo chiesto al Dr. Ceccherelli di offrirci il suo punto di vista rispetto alla sua possibilità di utilizzare lo strumento digitale in un processo di narrazione collettiva comunitaria.

Il Progetto CaSt – Cooking a Story ha l’obiettivo di porre le basi per la nascita di una comunità online grazie alla quale incentivare la partecipazione all’interno del mondo digitale. Quale crede sia oggi il valore di una comunità digitale? Si può parlare di dialogo partecipativo all’interno di questa comunità oppure i processi partecipativi risultano condizionati ad un contesto locale e fisico?

La prima cosa su cui riflettere quando si parla di comunità online e mondo digitale è la loro dimensione ontologica. Cosa significa online e cosa digitale? Innanzitutto, non sono sinonimi. L’online ha a che vedere col concetto (al tempo stesso infrastrutturale e metaforico) della rete: si è online grazie ad internet, a cui ci si connette e per mezzo della quale è possibile connettersi ad altri. Il digitale è invece la manifestazione ultima e più evidente di ciò che un tempo si chiamava informatica, ed ha alla base il concetto di frammentazione, di parcellizzazione da cui si ricostruisce modularmente qualcosa di complesso: tutto, nel mondo digitale, è riducibile ad una sequenza di 0 e 1, ovvero a due cifre numeriche (digit, in inglese). Da questa estrema semplificazione si possono costruire cose estremamente complesse. Insieme, digitale e online, danno vita ad esperienze comunicative, relazionali, abitative profonde ed elaborate.

La percezione comune tende a contrapporre i due termini alla fisicità, alla concretezza materiale del mondo fisico. Questo non è sbagliato di per sé, ma l’atto di contrapporre genera incomprensioni. Il mondo digitale/online non è contrapposto alla realtà fisica, ma è in continuità con essa; esso è uno degli ambienti in cui si vivono e si esperiscono emozioni, storie, conflitti, amicizie, odi, apprendimenti, lavori, collaborazioni.

Per venire alle domande, dunque, la mia risposta è sì: si può assolutamente parlare di dialogo partecipativo all’interno di una comunità digitale, una comunità che però deve decidere se esistere solo nello spazio abitativo ed esperienziale del digitale, o se cercare una continuità con il contesto locale e fisico. Le comunità vivono sulla base di interessi comuni. Da anni si parla – nel mondo di internet – di comunità di pratica: se ci sono pratiche intorno alle quali si genera interesse e partecipazione, la comunità esiste. Quando la pratica viene meno, viene meno la comunità. Un territorio locale è strutturalmente generatore di interessi comuni, e si presta moltissimo alla creazione di pratiche. A condizionare le comunità, dunque, non è tanto la sua natura ontologica (digitale o fisica), quanto la presenza di pratiche e interessi comuni.

Un esempio lampante e recente di questo discorso è quello dei sottotitoli delle serie tv: a partire più o meno dai primi anni ’10 c’è stato un fiorire di comunità online di appassionati di serie tv che si prestavano spontaneamente alla traduzione e al doppiaggio, rendendo disponibili i sottotitoli al pubblico di internet. Con la comparsa di piattaforme distributive come Netflix e PrimeVideo, che ha reso più facile l’accesso ai contenuti televisivi (anche in lingua), e a causa dei controlli effettuati dai titolari di copyright, queste comunità ricchissime e seguitissime sono lentamente cadute nell’oblio. Se ne è perso l’interesse.

Il metodo dello storytelling può essere considerato idoneo come strumento di creazione di una comunità digitale?  Quali sono i punti di forza dell’utilizzo dell’arte narrativa nella definizione di un’identità comunitaria?

Una delle funzioni principali delle storie è quella di creare legami, punti di contatto, tra elementi che di per sé possono essere irrelati. L’unica relazione tra questi elementi è il procedere della narrazione: è grazie alla narrazione, all’universo narrativo, che quel legame assume senso. Le storie, inoltre, pescano dall’immaginario, un immaginario sia singolo che collettivo, e al tempo stesso contribuiscono alla sua espansione e al suo rafforzamento. Se una storia ci colpisce, ci cattura, è perché è stata in grado di sfiorare il nostro immaginario: a volte semplicemente per rafforzare alcune convinzioni; altre volte per scardinarle e riconfigurarle. È dunque lo storytelling, tecnica e arte narrativa, in grado di creare comunità? Assolutamente sì, proprio per il discorso fatto nella risposta precedente. Gli interessi e le pratiche possono venir messi in relazione, e diventare comuni, anche grazie al lavoro di cucitura che le storie sono in grado di fare. La cucina si pone già come interesse comune, e i modi in cui è possibile realizzare una ricetta sono procedure passo-passo che di per sé sono già narrazioni: c’è narrazione solo se c’è movimento e se c’è cambiamento. Senza cambiamento non c’è narrazione. Le ricette di cucina non fanno altro che trasformare (cambiare) i singoli ingredienti in un qualcosa di più complesso, che assume un significato inizialmente impensabile. L’uovo che inizia la sua avventura, non sa se alla fine della storia farà parte di una carbonara, di uno zabaione o di un uovo marinato.

La cucina, inoltre, ha un forte legame col territorio, e i territori sono fucine di storie: storie comuni (frutto di una tradizione intergenerazionale) e storie individuali, che di volta in volta si rispecchiano nelle storie comuni o se ne emancipano. Se ci pensate, è quanto avviene con le ricette: c’è chi si rispecchia in quella tradizionale, chi invece cerca di prenderne le distanze inserendo elementi di innovazione.

Se una comunità intende costituirsi intorno alle pratiche della cucina, le storie dei singoli partecipanti non possono che rafforzarla, renderla potenzialmente più viva.

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